venerdì 17 luglio 2026

Long Road out of Eden e quel Daiquiri (Atene, 26 giugno 2026)

Una lacrima sicuramente è caduta tra le fughe del porfido sotto al tavolino.

Un’altra forse mi si è fermata sotto la guancia.

Non bastava il Moijito. Ti volevi veramente male questa sera ed hai voluto intingere la lama del coltello nel veleno…”come il veleno che stilla dal tuo seno” citazione da Vinicio Capossela, poeta-musicista bohémienne che accompagnerebbe bene queste serate.

Ma questa sera non c’è la musica e la voce stridula di Vinicio che mi accompagna, ma quella rotonda di Don Henley.

La lunga strada fuori dal Paradiso, canta.

Come la cantava una sera di maggio quando dopo averti portato delle rose rubate da un’aiuola di Alba e donatele, tornavo verso casa con un senso di incompiutezza e di speranza, guardando la strada in un tramonto di inizio maggio mentre ascoltavo quella musica.

E allora questo veleno? 

Lo sai che la musica per me ha una capacità evocativa infinita.

Long Road Out of Eden

Quello era il veleno.

Il rigirare la lama dentro al cuore è stato scegliere un Daiquiri alla Fragola.

Quel daiquiri che cercavamo una sera di un altro maggio di due anni prima a Torino e che non trovammo ma che ci rese felici lo stesso sostituendolo con un semplice Spritz

Quel Daiquiri che prendesti ad Iguazù ed io per anomalia presi un frullato di frutta, inconscio segno di paurosa distanza.

Quel daiquiri che mi offristi a casa tua poco prima di unirmi dentro di te, bello carico di rum.

Quelli Daiquiri che presi a Cuba dieci anni fa quando allora volevo dimenticare e sperare in un qualcosa di grande e di definitivo da ricordare e il malessere fisico-mentale che ne conseguì.


Ma intanto , preliminarmente, consumavo il mio primo drink, un anonimo Moijto.


Mentre lo consumavo, nel tavolo accanto al mio c’era una coppia, lei bionda, magra, incazzata di sicuro. Nervosa. Era da sola, mentre tiravo giù il primo sorso del mio alcoolico drink.

Arriva intanto il marito o compagno che sia (ma vaffanculo alle etichette) che era in coda dopo di me a prendere alcoolici, al bancone del bar davanti ai tavolini.

Posa i due drink sul tavolo.

Non sembra una conversazione amichevole. 

Sembra una conversazione di crisi.

Ma non percepisco la stessa crisi e la sensazione che sotto di lui si stessero aprendo le porte dell’inferno come provai in quell’elegante via di Buenos Aires una sera maledetta di gennaio, pochi mesi fa eppure un'infinità di giorni addietro. 

Forse in un universo parallelo, non in questa realtà.

Sembrava quasi una conversazione che per quanto facesse trapelare un malcontento soprattutto di lei, magra e nervosa, avrebbe portato ad un’amichevole pacificazione. Forse per rassegnazione.

Ne ero sicuro, come ero sicuro del destino malato che mi tocca, in cui non vedo possibilità di dialoghi volti all’assertività costruttiva.

I suoi tratti magri solcati da piccole rughe, erano accentuati dalla contrazione muscolare nervosa. Piccoli occhi azzurri guardavano verso il basso senza incrociare lo sguardo di lui.

Lui, anonimo ometto di più di mezza età, poteva essere un quasi mio coetaneo slavato con anni portati male, completamente anonimo, di quelli che non vedresti mai eccellere in uno sport o guidare un’Harley-D., ma magari a sfondarsi davanti ad una partita su un divano di velluto verde.

Non rispondeva, O almeno rispondeva alle osservazioni che non capivo , perchè il greco non è nelle mie corde, con posture ed atteggiamenti fuggenti.

Ma poi, mi alzai e andai a prendere al bancone il maledetto Daiquiri.

Il Daiquiri dei ricordi.

Quando tornai al tavolo non c’erano più.

Saranno andati a casa , pensavo, e troveranno il loro modo di fare pace, almeno così volevo sperare. Per il bene dell’umanità e del mondo senziente dell’amore di coppia.

Le ragazzine post-adolescenti, carinissime quanto assolutamente non desiderabili di un tavolo vicino, erano sempre li, sobrie con solo bevande analcoliche e acqua naturale.

A loro si era aggiunto un coetaneo, sicuramente, dall’aspetto efebico ed innocuo per loro.

Proprio carine, Acqua e sapone, pelle chiara e liscia, sobriamente sorridenti.

Calzini bianchi come ho visto portare alle ragazze di oggi estremamente assolutamente anti-sexy, anzi se la volgiamo dire tutta, effetto bromuro.


Comunque di quella schiera di persone a cui auguri il meglio per la propria vita, e di trovare un ragazzo a posto che non le faccia stare male, e che doni loro quanto loro promette nei sogni.


Quindi arrivo nuovamente al tavolo e poso il mio acoolicissimo Daiquiri vicino ai resti archeologici del Moijto, cioè solo ghiaccio sciolto in un lurido bicchiere di plastica.


Al tavolo della bionda magra e dell’anonimo guardatore di partite su divano verde di velluto, ci sono ora una donna sulla quarantina, con riccioli neri ed un bel sorriso, che guarda e sorride al suo uomo. Momenti di complicità contraccambiata.


E io ascolto all’ iPhone “Long road out of Eden”.

E penso alla loro complicità.

E penso alla complicità che avevamo In tanti momenti. In troppi momenti maledetti.

E trangugio il mio daiquiri.

Velocemente perchè la loro complicità è un qualcosa che ammiro, che mi richiede di fuggire mentre un’altra lacrima più pesante cade sopra quella di prima tra le fughe del porfido.

Non mi ricordo di lui, se non come di un uomo qualunque, coetaneo a lei, anonimo, ma nella sua anonimità corresponsabilmente complice a lei nella calda serata estiva ateniese; e questo senza sapere se poi si unirà a lei o meno, perchè non è quello che conta, quanto respirare la stessa aria nello stesso momento, quanto osservare gli stessi dettagli con gli stessi occhi.


Il Daiquiri è finito,.

E il messaggio che le stavo scrivendo rimane non inviato sulla tastiera del telefono.

E i ricordi affogano dentro l’acqua residua del ghiaccio come un naufrago senza più speranza di trovare un porto sicuro.








mercoledì 8 luglio 2026

Devi essere ‘risolto/a’ per intraprendere una relazione ?

 “Non è il momento. Esco da una relazione tossica. Però, se vuoi, possiamo frequentarci.”


✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie


È una frase che ascolto sempre più spesso.

“Non è il momento.”

“Esco da una relazione difficile.”

“Non sono pronto per una storia.” Poi, quasi nella stessa frase, arriva l’aggiunta:

“Però, se vuoi, possiamo frequentarci.” Mi domando sempre che cosa significhi davvero.

Perché frequentarsi non è un luogo neutrale.

Ogni incontro genera qualcosa. Aspettative.

Legami. Ferite. Speranze. Nessuna relazione è senza conseguenze. Se non sei pronto a costruire un legame, hai il diritto di dirlo.  Ma chiediti anche se sei pronto ad assumerti la responsabilità di ciò che potrebbe nascere nell’altro. Qualche volta quella frase nasce dalla sincerità. Altre volte dalla paura. La paura di perdere una possibilità. La paura della solitudine. La paura di scegliere.

Così si cerca una vicinanza senza responsabilità. Un’intimità senza progetto.

Una presenza senza impegno. Ma il cuore umano difficilmente rimane neutrale. Frequentandoci, ci incontriamo. E incontrandoci, inevitabilmente, lasciamo tracce. Per questo la domanda non è:

“Sono pronto per una relazione?” La domanda è un’altra:

“Sono pronto a prendermi la responsabilità del posto che potrei occupare nella vita dell’altro?” Perché ogni relazione merita chiarezza. Non promesse. Non illusioni. Ma chiarezza. L’onestà non consiste soltanto nel dire:

“Non sono pronto.” Consiste anche nel domandarsi se, nel frattempo, sto chiedendo all’altro di aspettare una parte di me che ancora non sa scegliere. Non sempre chi dice “non sono pronto” sta rifiutando l’amore. Qualche volta sta chiedendo inconsapevolmente all’altro di abitare una terra di mezzo. Ma il cuore non è fatto per vivere troppo a lungo nella sospensione.

Ha bisogno di verità, anche quando la verità fa male.


✒️ Dr. Carlo D’Angelo – Voce delle Soglie


Non solo...

Lei deve accetta dove sei adesso, tutti arriviamo in una storia con un trascorso difficile: un matrimonio, una relazione tossica, un periodo difficile. Nessuno è mai pronto quando arriva la possibilità di giocarsi la propria chance

Ti diranno: "prima guarisci poi inizia una relazione"

È UNA STRONZATA GALATTICA

Nessuno arriva "guarito", tutti arriviamo con un peso sulle spalle.

La persona gisuta non cerca la versione perfetta di te,cerca la versione reale. Quella che esiste qui ed ora, e che accetta e apprezza per intraprendere il viaggio.

E lei decide di stare in quel posto non aspettando la versione futura e perfetta che si aspetta.

Se lei vuole la versione migliore di te lasciala cercare da qualche altra parte, 


giovedì 7 maggio 2026


 

Viviamo in un mondo che ti spinge a pensare che devi imparare a stare bene da solo.

E questa è una cosa contraria proprio alla natura dell'uomo.

E invece, per tanti motivi, che sono legati a tante dinamiche, ci fanno credere che prima di stare bene con un'altra persona, dobbiamo stare bene con noi stessi.

Ma io se non sto con un'altra persona non so chi sono...

Quella è una grande miseria...cioè la letteratura di una grande miseria che ci viene raccontata come fosse una ricchezza, e invece quella è la più grande miseria.



BISOGNA QUINDI "GUARIRE COMPLETAMENTE", ESSERE COMPLETAMENTE A POSTO, AMARSI DAVVERO E SOLO POI INIZIARE UNA RELAZIONE.....???



Sigmund Freud: Non aspettare di guarire. Scopri ciòc he deve essere sanato attraverso le relazioni.

Carl Gustav Jung: Hai bisogno sia del lavoro interiore che degli specchi relazionali. Senza relazioni alcune parti di te potrebbero rimanere invisibili.

John Bowlby: Aspettare di essere "completamente guarito" potrebbe privarti proprio di quell'ambiente di cui hai bisogno per guarire.

Mary Ainsworth: La guarigione spesso avviene all'interno di relazioni sicure e correttive, non prima di esse.

Steven C. Hayes: Aspettare di sentirsi pronti è una forma sofisticata di evitare ciò che conta davvero.


 

sabato 26 novembre 2022

Le Ferite emotive - Webinars di Michele Micheletti

 LE FERITE EMOTIVE - Parte 1 - IL RIFIUTO

https://www.youtube.com/watch?v=COphHK8mBdQ


 LE FERITE EMOTIVE - Parte 2 - L'ABBANDONO

https://www.youtube.com/watch?v=uzSqP7jQXXM&t=2064s


LE FERITE EMOTIVE - Parte 3 - IL TRADIMENTO

https://www.youtube.com/watch?v=-4KOBa6SbbE


LE FERITE EMOTIVE - Parte 4 - L'UMILIAZIONE

https://www.youtube.com/watch?v=IbBydONx_04&t=806s


LE FERITE EMOTIVE - Parte 5 - L'INGIUSTIZIA

https://www.youtube.com/watch?v=4_RhOmhtycY



Ho avuto il piacere di conoscere Michele durante un Convegno per dentisti, in cui si trattava il tema "Comunicazione efficace".

Questo tema in realtà è un mare magnum, in cui si aprono diversi fiumi, che svariano dal marketing puro, alla filosofia, alla psicologia, alla mistica.

L'amicizia si è subito consolidata parlando dei Pink Floyd lungo il viaggio in cui l'ho accompagnato al ritorno, alimentando i concetti appena ascoltati, ed entrando in sintonia col suo pensiero.

Uno dei temi trattati al Convegno, che mi hanno particolarmente colpito, è quello delle ferite emotive, su cui Michele ha posto su YT una serie in cui ogni ferita viene profondamene analizzata.


COSA SONO LE FERITE EMOTIVE?

Alcuni aspetti della nostra esistenza ci impediscono di vivere serenamente e di essere ciò che siamo davvero. Alcuni nostri atteggiamenti o blocchi emotivi potrebbero essere legati a una o più ferite. Si parla di cinque ferite emotive fondamentali nate dal rifiuto, dall'abbandono, dal tradimento e dall'aver subito un'ingiustizia o un'umiliazione.

Le cinque Ferite sono presenti nella vita di ogni giorno e contribuiscono a determinare il nostro modo di affrontare la vita.

Ognuna delle Ferite presenta caratteristiche diverse, che possono essere identificate in ciascuno di noi.

Ogni Ferita comprende una serie di risorse che corrispondono alle nostre potenzialità e che ci danno informazioni importanti sul modo migliore di esprimere noi stessi.


Alcune chicche che trapelano dai suoi seminari:


Se non fai diventare conscio l'inconscio, questo si manifesterà nella tua vita; ma non riconoscendolo lo chiamerai destino. (C.J. Jung)


Vi auguro di essere eretici.
Eresia viene dal greco e vuol dire scelta.
Eretico è la persona che sceglie e,
in questo senso è colui che più della verità ama la ricerca della verità.
E allora io ve lo auguro di cuore
questo coraggio dell’eresia.
Vi auguro l’eresia dei fatti
prima che delle parole,
l’eresia della coerenza, del coraggio,
della gratuità, della responsabilità
e dell’impegno.
Oggi è eretico
chi mette la propria libertà
al servizio degli altri.
Chi impegna la propria libertà
per chi ancora libero non è.
Eretico è chi non si accontenta
dei saperi di seconda mano,
chi studia, chi approfondisce,
chi si mette in gioco in quello che fa.
Eretico è chi si ribella
al sonno delle coscienze,
chi non si rassegna alle ingiustizie.
Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.
Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza.
Eretico è chi ha il coraggio
di avere più coraggio."

(Don L. Ciotti)

martedì 12 febbraio 2019

La Solitudine (Pillole Junghiane)


La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inamissibili.

Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario.

Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia fiorisce soltanto quando un individuo è memore della propria individualità e non si identifica negli altri.



-Carl Gustav Jung- "Ricordi, sogni, riflessioni"





giovedì 6 dicembre 2018

Sisifo



In questo consiste la gioia nascosta di Sisifo.
Il destino gli appartiene.
Il macigno è cosa sua.
Anche la lotta verso la cima
basta a riempire il cuore di un uomo.
Bisogna immaginare Sisifo felice.


Albert Camus, Il mito di Sisifo

martedì 30 ottobre 2018

L'attesa

Spudoratamente copiato e incollato da:

https://www.glistatigenerali.com/brainsday/lattesa/






Non abbiamo più la forza di attendere: vogliamo tutto e subito, incapaci di trepidare, di scoprire quello che verrà, di pazientare la venuta dell’evento.
Non riflettiamo, non pensiamo, non ci crogioliamo nella lentezza, nell’assaporare lo scorrere del tempo.

L’attesa è annodata con la pazienza, quella che Simone Weil definiva “attesa mendicante di Dio”, sull’assunto che ogni evento della vita fosse già scritto, fosse mosso da Dio, come se la provvidenza camminasse con la storia: Dio è un mendicante che attende amore.
Chi sa attendere ragiona, medita, sa percepire le mosse dell’interlocutore, non è un violento e la sua calma è mitezza, è parsimonia.
Sa colorare la vita, sa offrire una spiegazione ad ogni evento, anche a quello più irragionevole.
Sa patire. Perché pazienza deriva da pati che significa sopportare.
L’attendere implica un rivolgere l’animo a qualcosa, un ascoltare con trasporto, un applicarsi, un curare, un badare.

L’attesa procura anche dolore. Qualcosa si contrae in una regione del corpo, si crea una specie di corrente d’aria fra due porte lasciate aperte per distrazione.
L’attesa ha diverse temperature. Si può aspettare con il freddo nel cuore o bruciando di desiderio.
Si può attendere anche un triste evento o disperdersi nell’angoscia per il compimento di ciò che già sapevamo, perché era scritto, doveva andare così, era ineluttabile.
Nell’amore l’attesa sviluppa una dinamica che tocca le profondità dell’esistenza.

La culla dondola sopra un abisso” scrisse Nabokov: a chi aspetta viene sempre in qualche modo ricordato questo abisso.
«La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta», scrive Roland Barthes nei ” Frammenti di un discorso amoroso “, una sorta di alfabeto in cui aspettare e amare sono quasi sinonimi.

«L’altro è in stato di perpetua partenza, sempre sul punto di mettersi in viaggio; egli è, per vocazione, migratore, errante; io che amo sono invece, per vocazione inversa, sedentario, immobile, a disposizione, in attesa, sempre nello stesso posto, in giacenza, come un pacco in un angolo sperduto d’una stazione.»( Andrea Kohler – L’arte dell’attesa ).

Prima si scrivevano le lettere d’amore e si aspettava e nel mentre arrivava la risposta se ne preparava un’altra, con maggior dedizione.
Oggi la parola chiave è: “Simultaneo”. Scrivo una email e attendo la risposta immediata. Se non arriva m’infastidisco: “perché non risponde?”
Lo scambio epistolare in passato era il luogo del tempo differito.
Le buste andavano e arrivavano a ritmi lenti.
Per non dire poi dei sistemi di messaggi istantanei cui ricorriamo: WhatsApp, Sms.
Eppure tutto intorno implica che il tempo vuole il suo spazio, il suo ineluttabile ed insopprimibile scorrere.
La notte resta prima del giorno, la gestazione di un bimbo è nei nove mesi, quel viaggio deve comunque durare.
Aspettiamo nelle stazioni, negli aeroporti, agli sportelli, sia quelli reali che virtuali. Attendiamo sempre, eppure non lo sappiamo più fare. Come minimo ci innervosiamo. L’attesa provoca persino rancore. Pensiamo: non si può fare più velocemente?
La verità è che noi non sopportiamo queste zone intermedie, gli spazi e i tempi in cui siamo costretti a esercitare la pazienza. Aspettare è vissuto come un’imposizione.

Oggi che t’aspettavo non sei venuta.
E la tua assenza so quel che mi dice,
la tua assenza che tumultuava,
nel vuoto che hai lasciato,
come una stella“.
Così scrive il poeta Cardarelli, perché l’attesa è anche solitudine, mancanza, disincanto, orrore del vuoto, disillusione.

Ma l’attesa è anche gioia, speranza: dopo l’arsura arriva la pioggia, ci ricorda Montale nella “Gloria del disteso mezzogiorno” e nell’attendere è “gioia più compita”.

Ora che sei venuta,
che con passo di danza sei entrata
nella mia vita
quasi folata in una stanza chiusa –
a festeggiarti, bene tanto atteso,
le parole mi mancano e la voce
e tacerti vicino già mi basta”.
Si canta così nella poesia di Camillo Sbarbaro.

In realtà in “Aspettando Godot” si dice anche: “ma il tempo sarebbe passato lo stesso”.
Ma l’attesa supera l’impazienza.
Perché gli uomini si devono incontrare, i bambini devono crescere, gli amanti si devono plasmare nella gioia, la rabbia deve passare, il mare diventare cheto, la parola deve prendere la sua forma.
La pazienza deve dominare l’attesa, come la rugiada sulle corolle.